La più grande rivoluzione per l'essere umano
a livello individuale e come specie
è la comprensione dell'unità del tutto.

Lo scopo di questo blog è favorire la comprensione del principio di non−dualità, in base al quale la realtà è riconosciuta come l'espressione di un ente unico, indivisibile e, secondo la nostra concezione del tempo, eterno. Dunque, una visione che ammette la medesima essenza in tutto ciò che esiste, oltre l'apparente diversificazione di forma. Si è scelto di dare più spazio possibile agli autori occidentali, antichi e moderni, per valorizzare sia quella linea di pensiero unitario che ha attraversato la nostra cultura a partire dalla Grecia Classica fino al New Thought, sia il misticismo di matrice cristiana che ha nutrito la speculazione teologica e filosofica nel corso dei secoli.

AUTORI: 215 POST:  COMMENTI:   BUONA LETTURA!

One Self non−duality hub è la porta
per una nuova visione di unità del tutto!

Ancora sul libero arbitrio

Il libero arbitrio dell'essere umano esiste, ma come variabile indipendente all'interno della più generale equazione della manifestazione della realtà. Esso non è, cioè, un fattore esogeno, ma endogeno rispetto all'unico processo di espressione dell'Uno. Il suo esercizio è dunque un sottoprocesso con poche costanti, a differenza, ad esempio, di altri processi che soggiaciono a leggi universali come quella della gravità.

Ciò che resta è sempre e solo il Sé universale

La manifestazione del Sé universale è un unico processo unitario. Un processo, cioè, che si realizza in infinite modalità, senza soluzione di continuità e senza generare separazione al proprio interno. Possiamo arbitrariamente giocare a individuare sotto−processi, definendo le modalità con cui essi avvengono e le relazioni che li legano reciprocamente, ma, quietandosi il caotico movimento della manifestazione, ciò che resta infine è sempre e solo il Sé universale.

La separazione è solo nella mente

E' soltanto nella nostra mente che la nostra vita è separata da quella di Dio. È soltanto nella nostra mente che viviamo tale separazione, e usiamo il termine ″viviamo″ anche se la vera vita non è realizzata e goduta coscientemente. In realtà, infatti, ″in Lui viviamo e conduciamo la nostra esistenza″.


Ralph Waldo Trine (filosofo e autore del New Thought) in The greatest thing ever known (1898) trad. E.V.

Lo stato naturale dell'esistenza

Se l’unità del tutto è lo stato naturale in cui esistiamo, allora ogni nostra convinzione di dualità e separazione è solo un'errata interpretazione di quanto percepito attraverso i sensi o elaborato dalla mente.

Tutto è espressione di un unico Sé

Come non vi è alcun Sé universale separato dalla realtà, non vi è nemmeno un Sé individuale (io) separato dall'esperienza. Tutto è infatti espressione di un unico Sé e si manifesta in un'unica coscienza.


Sul concetto di separazione

Se fra due punti vi è qualcosa, come possono essere considerati separati?

Se non vi è niente, come possono essere considerati separati?

Fuga dalla sofferenza


″Lo Jainin, colui che è pervenuto alla conoscenza ultima ed ha avuto la visione dell'Atman in se stesso, non avrà più alcuna sofferenza.″ E' questa un'affermazione che si ritrova molto spesso nei testi di Advaita o Jnana Yoga, un principio che segue quasi letteralmente la via indicata dal Buddha per ottenere la ″liberazione″ dalla sofferenza. Dal punto di vista della non−dualità, la sofferenza sta al suo opposto (il piacere?) come il freddo sta al caldo. E' cioè uno stato del tutto relativo e, nella maggior parte dei casi, temporaneo, ovvero impermanente, come ogni altro stato che può sperimentare l'essere umano. 
Porsi l'obiettivo di evitare una (e una sola) condizione relativa, parte da una premessa di totale identificazione con quella specifica condizione, dunque una premessa di separazione e dualità. Verrebbe da suggerire, piuttosto, l'obiettivo della totale alienazione da qualunque stato, sia la sofferenza sia il suo opposto (ricordiamo le parole di Buddha quando afferma: ″Il piacere genera attaccamento, il dolore genera avversione, il piacere e l'avversione rendono l'essere umano schiavo.″).
Tuttavia, nel gioco della dualità, qualunque motivazione, per quanto fittizia, è accettabile al fine di generare ulteriori forme della manifestazione dell'Atman.
Ben venga, dunque, prendersela con la sofferenza, se ciò può servire a creare diversificazione all'interno dell'unico processo chiamato realtà.

Gli effetti dell'attaccamento e dell'avversione

Un famoso detto attribuito a Buddha afferma: ″Il piacere genera attaccamento, il dolore genera avversione, l'attaccamento e l'avversione rendono l'essere umano schiavo″. Sicuramente lo rendono schiavo dell'identificazione con il corpo e con i sensi, ma anche, in un senso più ampio, lo rendono schiavo della sua visione di separazione e dunque di dualità. Infatti, da un lato l'avversione è un modo per creare distanza o separazione (nel tentativo di evitare la sofferenza), dall'altro l'attaccamento implica invece il tentativo di evitare la separazione. In entrambi i casi vi è la presunzione che la separazione sia qualcosa di reale e pertanto gestibile e non ci si riconosce indistintamente in tutto ciò che esiste, identificandosi piuttosto in una singola, specifica entità fra le infinite esistenti che interagiscono fra di loro. Ecco perché, secondo questa impostazione, la ″liberazione″ dalla schiavitù dell'illusione della separazione può avvenire solo se si supera ogni avversione ed ogni attaccamento. Di qualunque tipo.